Per parlare bene… allena la linguistica!

Ti sarà sicuramente capitato nella vita di sentirti dire farsi come: «non ti ho capito», «non ho capito cosa vuoi dire», «non intendevo questo!», magari dopo esserti preparato e impegnato al massimo per quell’importante riunione di lavoro o di famiglia.

Perché? 

Le sole grandi idee e buone intenzioni da sole potrebbero essere perfettamente inutili, potrebbero non bastarti. 

Voglio svelarti un trucco…

Nel segreto per comunicare, convincere, sedurre il tuo interlocutore sono certamente indispensabili le buone intenzioni, ma altrettanto fondamentale è sapere cosa dire e come dirlo. In breve, si tratta di apprendere la capacità di comunicare in modo carismatico.

Gli elementi che contano nella comunicazione carismatica sono: 

  • le cose che dici e la sequenza in cui le dici;
  • la tua capacità di ispirare sicurezza, affascinare il tuo interlocutore e convincerlo con le argomentazioni più adatte
  • la tua capacità di conoscere a fondo strumenti e tecniche, rimanendo sempre flessibile e cambiando approccio in base alla persona con cui stai parlando e al contesto.

Per apprendere questa capacità è fondamentale fare pratica in maniera guidata e mirata. Senza l’esercizio la teoria non conta nulla.

Pensate che Roger Federer sarebbe diventato il campione che è senza tanto allenamento? No, di certo! Allenatevi, e vedrete che differenza.

Le parole hanno un potere inestimabile, sono magiche. Con il linguaggio puoi raccontare qualsiasi cosa e suscitare emozioni, idee, pensieri. Attenzione però: come accade per tutte le fatture, se usate male possono portare a dei gran pasticci. 

Con l’incredibile e magica forza del linguaggio puoi fare praticamente tutto: incantare, affascinare, convincere chi ti ascolta… oppure puoi impoverire la tua presentazione, perdere credibilità, soccombere alla prima obiezione.

La linguistica è la scienza che si occupa dello studio del linguaggio verbale umano e delle sue strutture. Per citare uno dei più grandi linguisti italiani Tullio de Mauro 

“La materia di studio della linguistica è il nostro parlare: nostro, cioè appartenente a noi esseri della specie umana. Anche parlare richiede un chiarimento: abbiamo usato qui questo verbo sostantivato nel suo senso più largo, cioè nel senso di “usare e sapere usare le parole e le frasi”, e non nel senso più stretto di “dire qualcosa ad alta voce”. 

Nel linguaggio di tutti i giorni siamo solito utilizzare delle strutture linguistiche precise, definite e riconoscibili, come:

  • CONVERSAZIONALE

Le domande sono uno strumento importantissimo e le possiamo utilizzare per raggiungere obiettivi diversi durante la conversazione. Le possiamo adoperare per comprendere (quindi per ricevere più informazioni), chiarire, o evitare fraintendimenti, avere lo scenario più chiaro ed esaustivo possibile. Le domande vi servono anche per capire come portare avanti la conversazione, dato che permettono di capire quali filtri linguistici utilizza l’interlocutore. Ricordate però che le domande diventano inutili, se non ascoltate la risposta! 

  • CANCELLAZIONI

Se ti chiedo di raccontarmi cosa hai fatto questa mattina appena ti sei alzato, sicuramente ometterai nel racconto alcune informazioni. Queste si chiamano cancellazioni, dati che il cervello non ritiene utili  che quindi elimina dai ricordi. Questo accade perché il cervello viene bombardato da troppe informazioni rispetto a quelle che è in grado di elaborare, perciò alcune vengono cancellate in automatico. Per indagare e approfondire, occorre fare le domande giuste. Un esempio di cancellazione è l’espressione “mi interessa!”, la domanda sarà “cosa di preciso?” in modo tale da andare oltre la cancellazione è capire nel dettaglio e senza fraintendimenti a che cosa si riferisce l’interlocutore.

  • VERBI NON SPECIFICATI

A volte le persone omettono delle indicazioni, omettono il processo. È importante, in questo caso, capire come una certa attività verrà svolta. Ad esempio, nel caso in cui un collega a lavoro esordisca con il ben conosciuto  «ci penso io!», le domande chiave da fare sono «quando?»  e «come?». Ciò genera sicurezza e previene il rischio di inadempienza.

  • COMPARAZIONI 

In questi casi, viene omesso il termine di paragone. «È troppo complicato!». Domanda: «Ok, rispetto a cosa?». In questa maniera, porterete l’interlocutore a riflettere sulla sua affermazione e avrete modo di sgonfiare la sua convinzione.

  • MANCANZA DI INDICE REFERENZIALE

Ci sono delle volte in cui si parla e si omette il soggetto. Come sopra, le persone tendono a fare delle generalizzazioni, ad esempio: «le persone amano fare jogging!». In questo caso la risposta (anzi domanda) dovrebbe essere: «chi? Quali persone, esattamente?».

  • NOMINALIZZAZIONI

Sono verbi e azioni trasformate in cose. Pensate a tutto ciò che non può essere messo in una carriola. L’amore, ad esempio, non ce lo puoi mettere; puoi metterci una persona che rappresenta l’amore, però. Il concetto di “amore”, come quello di “libertà”, “serenità”, “gioia”, “dolore”, “rabbia” sono diversi per ognuno di noi ed evocheranno in ognuno un diverso stato d’animo. Per intenderci, il sostantivo “amore” non è altro che la trasformazione del verbo “amare”, il concetto di “rabbia” deriva da “arrabbiare”: il fatto di nominalizzarli e come se li rendesse uguali per quelli quando invece sono concetti strettamente soggettivi.

  • LETTURA DEL PENSIERO

Queste situazioni si manifestano quando si dà per scontato di conoscere già il pensiero di chi sta parlando. Alcuni esempi sono: «tanto so già cosa mi dirai», oppure «tanto lo so, che sei nervoso»… MA, «come lo sai?»  o «come fai a saperlo?». Questo crea malintesi e fastidio. 

  • CAUSA – EFFETTO

Vengono messe in relazione di causa-effetto delle cose che in realtà non hanno alcuna connessione. Per fare economia, il nostro cervello trova delle scorciatoie che a volte portano a delle distorsioni. Ad esempio, se dici «andare allo stadio mi agita!», occorre scomporre questa affermazione, chiedendo «in che modo ti fa agitare? Che cosa dell’andare allo stadio ti fa agitare?». Con questa domanda capirai che ciò che agita non è lo stadio in sé ma il fatto di stare in mezzo a molte persone.

  • EQUIVALENZA COMPLESSA

«Se non mi chiami allora non mi pensi!», «Se non mi ascolti vuol dire che non mi ami!». In che modo il non chiamarti/ascoltarti implica che non ti ami o che non ti pensi? Che altro potrebbe significare?

In questo caso facciamo equivalere due fatti che non necessariamente lo sono.   

  • QUANTIFICATORI UNIVERSALI

Si tratta di generalizzazioni positive o negative di esperienze singole: tutto, sempre, nessuno, mai, ogni volta… qui il metamodello è semplice: «sempre sempre?», «tutti tutti?», «possibile che non ci sia stata una volta nella quale è successo il contrario?».

  • OPERATORI MODALI

Sono dei verbi che implicano il fare o non fare legati a necessità o desideri. Se tu mi dicessi «Non ci riesco», la mia battuta sarebbe: «Cosa te lo impedisce?», «cosa capiterebbe se tu…?».

  • PERFORMATIVA PERSA

Frasi che assumono valore di verità assoluta ma che non necessariamente lo sono. «È importante fare…», «Si deve fare…»… a queste affermazioni si può ribattere: «secondo chi?» o «chi lo dice?».

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Valentina Favro ha una formazione economica e la passione per le persone, caratteristiche che utilizza e abbina nella consulenza aziendale. In Nive sta svolgendo anche attività di formazione in aula e di coaching.

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